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Roberto Razzini vasco rossi SIAE
Interviste, Musica

4… mila chiacchiere con Roberto Razzini, il guru degli editori musicali

Una lunga intervista con l'ex managing director di Warner Chappel Music Italy

Una crescita esponenziale e la forza dei giovani

Roberto Razzini
Roberto Razzini

Where Magic Happens vola ancora alto. Quanto? Tanto da raggiungere chi, fino a quattro giorni fa, era l’amministratore delegato della Warner Chappel Music Italy. Qualcuno come Roberto Razzini che, nel 2022, vedremo impegnato in nuovi grandissimi progetti.

Uno stupendo percorso il suo, iniziato nel 1990 in qualità di product manager della consociata Nuova Carisch, poi in Warner dal ’93 dove diviene prima direttore dell’internazionale, di seguito, nel ’96 direttore editoriale e dal 2002 managing director. Già presidente della Federazione Editori Musicali e membro del Consiglio di sorveglianza e della Commissione musica della Siae, Razzini è un vero proprio guru del settore.

Una lunghissima intervista la nostra (per la quale ringraziamo anche Mauro Caldera di 361comunicazione) nella quale ci è stato svelato moltissimo del mondo musicale, un universo nel quale da sempre navighiamo e ancor più con questo nostro innovativo magazine. Talmente lunga che vi invitiamo a prendere il giusto tempo per leggerla tutta, magari affrontandola in più sessioni. Solo così potrete scoprire ogni segreto, aneddoto, perla di saggezza offerti da Razzini. Sinceri? Una sua frase ci ha colpito, ancor prima di iniziare la nostra sequenza di domande,

Mi fido dell’entusiasmo dei giovani e della loro voglia di testimoniare ciò che avviene soprattutto nel nostro mondo, quello della musica, che è un continuo passaggio di testimone

Roberto Razzini sul progetto ‘Where Magic Happens’

Innanzitutto, vuoi spiegare ai nostri lettori di cosa ti occupi?

“Di musica e lo faccio professionalmente da quasi 40 anni. Nel 1982 sono partito da un negozio di dischi. Bellissimo. Avevo il contatto col prodotto e con la gente. È lì che accadevano le cose. Ora esistono le piattaforme digitali, ma una volta il negozio era il terminale unico per comprendere cosa succedesse sul mercato”.

Poi l’avventura con la Warner?

“Dal 1990 mi sono buttato nelle edizioni musicali e fino a pochi giorni fa ero appunto nella Warner, alla quale ho rassegnato le mie dimissioni. Perché? Dopo 31 anni e 3 mesi ho creduto che fosse giunto il momento di scendere dal quel bellissimo treno lanciato a grande velocità”.

E adesso?

“Un periodo di pausa doverosa per via del contratto e degli impegni con Warner, poi spazio alle nuove avventure. Ammetto che non sia stato un passaggio facilissimo, ma comunque bisogna anche sapersi rinnovare, trovare nuovi stimoli tentando nuove sfide. In qualche modo tutto quello che c’era da compiere e da scoprire è stato fatto, ora occorre ambire a nuovi orizzonti. L’abitudine è un brutto anestetico, nel quotidiano, nei rapporti personali e pure in quelli lavorativi”.

Razzini Warner Chappel Italia
Roberto Razzini in Warner

Conosciamoci meglio: quattro azioni che una figura professionale come la tua compie ogni giorno?

“Per 31 anni e oltre da editore musicale, mi sono occupato della musica a 360°. Ed è quello che faccio ancora tutti giorni e pure oggi, che non sono più amministratore delegato della Warner. Chi ama la musica e si vuole occupare professionalmente di essa, in qualche modo vive completamente di musica. Quindi, la prima cosa che faccio appena mi alzo, è cercare con un qualsiasi device, di accedere a della musica. Mi aiuta, mi fa partire e mi tiene aggiornato, per certi versi.

Queste sono le stesse azioni che compio, con declinazioni differenti, nell’arco delle 24 ore. La musica ci aiuta a trascorrere piacevolmente il tempo, che poi, per chi se ne occupa, significa ascoltare ciò che non si conosce e gli artisti già entrati nel nostro radar. Esiste quindi un fil rouge quotidiano, fra intrattenimento, compagnia e approfondimento”.

Insomma, cosa significa per te la musica?

“Chi fa questo lavoro è mosso da una grande passione, perché è un mestiere spesso incomprensibile. Occuparsi di musica senza avere la grande passione per quello che è il lavoro degli autori, degli artisti, per quello che la musica racconta in termini di emozioni, vuol dire occuparsi di un qualcosa che non si riesce ad identificare. La musica non è un bene materiale, è un prodotto dell’ingegno di larghissimo consumo, molto rapido nel suo utilizzo, che ha bisogno di grande sensibilità nello scrivere le canzoni, nell’interpretarle e pure nel gestire i patrimoni che rappresentano i repertori degli artisti e degli autori”.

Gianni Ravera era un grande personaggio di quel mondo e viene onorato in settembre con il premio a lui dedicato. Cosa pensi di lui?

Gianni Ravera
Gianni Ravera negli anni ’40

“La circostanza anagrafica, non ci ha permesso di interagire e interloquire direttamente. La mia può essere una testimonianza all’interno del meccanismo. Ravera è stato un uomo che ha avuto per la musica un’estrema sensibilità e una capacità di vedere, laddove in molti non avevano ancora creduto e visto, il talento. E in più con un’ottima capacità di comunicare. Sarebbero troppi i nomi da citare, ma fondamentali sono quelli a cui lui diede un’occasione, al di là dello scarso riscontro iniziale. Il talento, purtroppo e per fortuna, necessita di un’incubazione per affermarsi appieno e Ravera ha sempre avuto la capacità di percepirlo prima degli altri”.

Vuoi ricordarci i casi più emblematici?

“Certo, magari legati alla manifestazione che Ravera, per alcuni anni, ha gestito, ovvero il Festival di Sanremo: Eros Ramazzotti, Vasco Rossi e Zucchero. Tre personaggi fortemente voluti da Ravera e da lui sostenuti lui, al di là di quelle che erano poi le aspettative di alcuni addetti ai lavori e del pubblico. Perché al di là di Ramazzotti, Zucchero con ‘Donne‘ si piazzò penultimo e Vasco Rossi con ‘Vado al massimo‘ addirittura ultimo. La forza propulsiva di Ravera fu essenziale per la carriera di entrambi”.

È soprattutto la capacità dei grandi produttori?

“Allargherei il discorso a chiunque abbia la possibilità di incidere, nella sua funzione professionale. Il produttore, dal punto di vista tecnico, è chi va in studio con gli artisti e decide insieme a loro agli autori, il taglio estetico e di produzione di un progetto discografico. Ravera, spiegandolo ‘banalmente’, percepiva come quella canzone, quel repertorio, quella progettualità, avevano caratteristiche al di sopra della media”.

Conta anche il periodo storico di cui stiamo parlando?

“Non dimentichiamoci che negli anni Ottanta, ma anche prima, il mercato concedeva qualche possibilità in più agli artisti. Consentiva loro una seconda e una terza chance. Difficile oggi, seppur vi siano delle caratteristiche di mercato completamente differenti ed è complicato operare dei paragoni. Diciamo che in quegli anni, sebbene il primo album, il primo approccio al mercato, non fosse di grande successo, la casa discografica, l’editore musicale, il produttore, il manager, che comunque lavoravano con quell’artista, gli garantivano di proseguire. Sempre se ci fosse del valore, naturalmente”.

Nel 2021 che fine avrebbero fatto i giovani Vasco Rossi e Zucchero?

Sarebbero stati subito accantonati. Con le attuali dinamiche, la frenesia, la superficialità e la ‘bulimia del mercato‘, si consuma musica con evidente rapidità”.

‘Dal vinile a Spotify’, il tuo libro, è affascinante. Ispirato da ‘Economia Rock’ di Krueger?

“Ringrazio per l’accostamento, ma non ambisco a tanto. Il senso del mio volume, è l’ambizione, elevata per certi aspetti, di sintetizzare in quelle pagine il percorso della musica, attraverso il supporto, negli ultimi quarant’anni. Quando c’erano i negozi di dischi, al sabato ci si ritrovava in centro con gli amici per entrare in quello che più soddisfaceva i nostri gusti. E ci passavi l’intero pomeriggio, per cercare di scoprire quanto di nuovo fosse uscito. Oggi è tutto diverso, vai su Spotify, ci sono le New music friday, le novità le noti tutte lì”.

Dal vinile a Spotify Razzini
Dal Vinile a Spotify (Copertina del libro)

Ma in quel viaggio, in questo lento ma inesorabile processo, nella filiera chi ha davvero guadagnato e chi ha perso?

“Innanzitutto ha guadagnato tantissimo la musica e quindi, in maniera parallela, il pubblico. La tecnologia ha allargato orizzontalmente le opportunità di fruizione, diversificandole e rendendole assolutamente possibili sempre e comunque, in ogni dove. Prima c’era un mercato alquanto verticale. Chi ha penalizzato? Se volessimo utilizzare un paradigma in qualche modo miope, diremmo i negozianti, i grossisti, insomma la rete vendita.

Però stiamo parlando di un’evoluzione che, per la legge dei grandi numeri e per effetto dell’economia di scala, ha offerto meravigliose opportunità alla musica e quindi agli artisti, agli autori, agli editori musicali, alle case discografiche. A tutta la filiera. A vantaggio del pubblico, che può beneficiare di un’offerta sempre e comunque”.

È cambiato il modo di fruire la musica, di vivere l’esperienza di un disco. Ad esempio pensando ad un artista da te nominato, Zucchero, è indimenticabile la copertina di ‘Oro, incenso e birra’, ma se pensiamo ad un album su cui tu hai lavorato, quello di tha Supreme, qualcuno ricorderà mai la sua copertina?

“Nelle prime pagine del mio libro spiego proprio questa caratteristica. Perché quando ancora non sapevo leggere, non potendo scegliere i dischi attraverso i nomi e i titoli delle canzoni, lo facevo associando la canzone alla copertina del disco e a quella particolare immagine. Prima vi era una materialità del mercato della musica, che passava attraverso l’unico strumento, il supporto, il vinile. Certo, a seconda dei periodi storici e dell’età del fruitore, poteva essere un 45 giri, un 33 giri o una musicassetta”.

Come definiresti questi passaggi?

“Un percorso che chiamerei chimico: prima il prodotto solido, passato poi allo stato liquido con il download, che ti rimane; infine quello gassoso, non scarichi più nulla, hai tutto nei cloud, nell’up in the air, dove tu vai a pescare ciò che t’interessa. Proprio oggi leggevo alcuni dati del primo semestre 2021, in cui si parla del grande ritorno del supporto fisico: sono percentuali che fanno notizia, ma stiamo parlando dell‘incremento del nulla, perché nei valori assoluti è veramente poco.

La musica nel mondo attuale viaggia attraverso le piattaforme, con un utilizzo di streaming assoluto, che ti mette nelle condizioni di poter ascoltare tutto, senza limiti, con una facilità e un’agilità eccezionale”.

Ma non è che Napster ha sdoganato ciò che non è facile da rivelare e cioè che la gente vuole risparmiare?

“Non lo so, ma non credo sia un problema di parsimonia, semmai di praticità. Mi spiego meglio: quando avevo 15-18 anni volevo un ascolto che fosse di un certo livello qualitativo, non il walkman della Sony con le cassettine registrate dallo stereo di casa. Non avevo altro sistema che l’essere nel salotto, libero e disponibile, con un performante impianto hifi. Oggi è tutt’altra faccenda.

Anche l’aspetto economico, pratico e strutturale di come ascoltare la musica è radicalmente cambiato. Ed è molto più agile. Mio figlio forse soltanto quando avrà vent’anni apprezzerà, come ho fatto io, il vinile, ma oggi viaggia esclusivamente su Youtube e Spotify”.

Torniamo al discorso manageriale. Uno degli editori di Where Magic Happens, Elia Martorini, ha coniato l’acronimo ‘Tac’, che sta per Talento Arte Comunicazione, ovvero i tre maggiori ingredienti del successo di un artista. Quali dovrebbero essere le percentuali ideali di questi tre elementi?

“Penso che il dosaggio di questi tre fattori sia subordinato alla caratteristica di un prodotto, come vuole porsi sul mercato È un prodotto cantautorale o un tormentone estivo? Ho un grande rispetto per tutta la musica e un pezzo come ‘Pistolero‘ di Elettra Lamborghini, pur di grande levatura, ha caratteristiche differenti rispetto a ‘Stelle Cadenti‘ di Ermal Meta. Arrivano indubbiamente entrambi al risultato, quello conta, perché non è che dobbiamo incidere nella pietra i brani che verranno cantati per i prossimi millenni.

Elettra Lamborghini pistolero artwork
Elettra Lamborghini – Pistolero (Artwork)

Questo non lo stabiliamo noi, ma quelli delle generazioni future. Noi dobbiamo avere l’ambizione di poter far qualcosa che si possa imporre oggi, quindi se hai un prodotto come la Lamborghini, forse l’elemento di comunicazione può essere più importante. Devi riuscire ad applicare la massima propulsione nel più breve tempo possibile. Esce il disco e deve volare nelle prime posizioni delle classifiche delle piattaforme, non lo puoi trascinare e farlo crescere col tempo. Se si ferma è bruciato, inattuabile riprenderlo con un secondo singolo”.

E per un cantautore come Dario Brunori?

“È stato scoperto con ‘A casa tutto bene‘ di qualche anno fa, affermandosi poi come il nuovo cantautorato pop. Dario ha sviluppato una carriera artistica molto lunga, che ha sempre gravitato attorno ad un’area molto ristretta, poi con quel disco si è conquistato una platea più ampia.

Insomma, nel caso di Brunori, la caratteristica vincente è stata quella di trovare un produttore, in grado di dargli un taglio di comunicazione nella produzione e nella realizzazione del progetto, più pop. L’ha reso più fruibile. La scrittura di Dario è rimasta la stessa, di grande qualità e d’introspezione, ma con un linguaggio di produzione musicale più semplice. Questo è stato ciò che ha decretato il successo di quel disco e da lì di quello successivo”.

Rimaniamo nel panorama delle hit. Quale disco ritieni sia il più sottovalutato di sempre, che ami molto, ma che in pochi ritengono indimenticabile?

“Ne parlavo recentemente con una tua collega. Ci stavamo confrontando su quanti artisti di quella ‘categoria’, nel corso degli ultimi tre o quattro decenni, si siano avvicendati. Non parlo delle meteore, quella è un’altra esperienza, ha altre caratteristiche, è volutamente estemporanea.

Ma quanti hanno avuto un debole successo, che non rappresenta minimamente il loro livello qualitativo e il loro potenziale artistico? Tantissimi, sarebbe bello stilare una sorta di classifica dei successi rimasti nascosti. Per fortuna ci sono dei dischi che, quando riescono ad emergere perché trainati da un singolo o un episodio, da una circostanza favorevole, si tirano dietro come una collana di perle, tutto l’intero repertorio. Non sempre questo meccanismo, però, scatta”.

Hai in mente qualcuno in particolare?

“Ti voglio citare un cantautore con il quale ho avuto il piacere di collaborare fin dal suo esordio, come autore di canzoni. Ci lavoro tuttora e secondo me ha scritto delle pagine straordinarie di musica, che rimangono delle perle celate: Giuseppe Anastasi. Ha scritto ‘Sincerità‘ di Arisa, ma anche diversi altri successi della lucana, le cui canzoni più belle, sono sue.

Ho conosciuto Anastasi proprio in quell’anno di Sanremo, e da lì non ci siamo più persi di vista. Gli ultimi due album di Anastasi sono incredibili, si portano dietro delle perle meravigliose a livello di repertorio, ma è un cantautorato molto sofisticato, con un linguaggio musicale, non di scrittura ma di realizzazione, poco commerciale, perché molto classico, minimal se vuoi. Il penultimo disco è ancora più meritevole dell’ultimo, è spettacolare, consiglio di ascoltare ‘Ricominciare‘ e ‘Lo specchio’”.

Siamo sicuri che tu stia pensando anche a qualcun altro. Chi?

“Un altro cantautore che ha scritto delle cose da brivido, classico per scrittura e impostazione musicale di produzione, ma che ha un linguaggio assolutamente attuale. È Mirkoeilcane. Ho 58 anni, sono cresciuto con la musica dagli anni Sessanta, lavoro con i trapper e i rapper, ho firmato in Warner tha Supreme e numerosi altri brani che apprezzo, ma le mie radici sono diverse.

Di MirkoeilcaneDa qui‘, ‘Ventuno righe‘ e ‘Gusti‘, sono tre declinazioni, con ‘Stiamo tutti bene‘ portata al Festival, che danno lo spettro del Paese, ma c’è perfino un brano, ‘Per fortuna‘, che parla del paradosso della vita che facciamo noi. Sono dischi importanti, ma lo era anche il primo di Ermal prima che riuscisse a decollare fin dove è arrivato, come lo stesso Brunori. Loro hanno trovato un gancio per affermarsi sul mercato, facendo scoprire al mercato stesso e al pubblico, con quel percorso a ritroso, la loro carriera”.

E perché Anastasi e Mirkoeilcane non l’hanno fatto?

“Non nutrono quella necessità interiore, stanno bene così, non disprezzano il successo, ma non vengono divorati da quell’ansia. Ultimo, prima che diventasse Ultimo, l’ho visto in diverse occasioni, seguendo quella sua esplosione che si è verificata in meno di 18 mesi. Ma se tu vai ad ascoltare il suo primo disco, quello che l’ha portato al successo, ti rendi conto che all’epoca, il diciottenne Niccolò, sebbene fosse un artista con un’immagine molto moderna, è sempre stato un cantautore.

Ha un modo di porsi, una personalità, un carisma, per cui comunica con un ‘linguaggio d’immagine‘. È una persona splendida, l’adoro, un carissimo amico che ha una capacità di scrittura fantastica”.

Dunque abbiamo capito, ami molto i cantautori?

“Sì, perché quello che a me piace è la capacità di raccontarti una storia così profonda, complessa, in soli tre minuti di esperienza. Come avere un grande film raccontato in meno di cinque minuti. Non è da tutti. Comunque nella musica di oggi, ad esempio, la narrazione delle immagini coi videoclip ha dato una spinta emozionale pazzesca al mercato, perché ’22 settembre’, il pezzo di Ultimo, con l’interpretazione di Marco Giallini, regala ad un pezzo già di per sé bellissimo, un’intensità assoluta. Non a caso sono anni che, nei filmati, abbiamo i più grandi attori italiani del momento”.

Ultimo concerto stadio olimpico
Ultimo nel suo ultimo concerto allo Stadio Olimpico di Roma

Con l’esplosione parallela delle piattaforme di stream, sempre più canzoni appaiono legate alla serie tv. Una moda mai sopita?

“Hai ragione, non è un fenomeno di questi ultimi tempi. L’abbinamento a delle immagini che abbiano una grande diffusione sulle piattaforme di Netflix, Amazon Prime e varie, fanno intanto il paio con i grandi spot degli anni Novanta. Oggi l’inserimento di un brano su ‘Gomorra‘, ‘Suburra‘ o ‘La casa di carta‘ (le recensioni alle migliori serie tv QUI), trent’anni fa ricordiamo la pubblicità di Omnitel e Swatch”.

Come quanto successo con ‘Bella ciao’?

“È diventata un fenomeno mondiale e oltretutto dandole anche un senso narrativo, non solo di diffusione: l’ambientazione della canzone in quei momenti, in quei passaggi, esprime i concetti più veri della lotta, della Resistenza”.

Ma la ‘collaborazione’ cinema-canzone esisteva ancora prima, giusto?

“Vanta radici profonde, non dimentichiamoci che negli anni Sessanta, ai successi discografici, venivano abbinati quelli cinematografici con i film definiti, appunto, ‘Musicarelli‘. In essi il cantante o la cantante interpretavano loro stessi nell’estensione cinematografica della canzone. Una produzione agile, da tre settimane, funzionalissima, concepita in tempi rapidi. Non serviva Alfred Hitchcock per girare”.

Torniamo al business. Bob Dylan ha venduto alla Universal i diritti del suo intero catalogo di 600 canzoni, per 300 milioni di dollari. Una strana tendenza che ha coinvolto altre star. Ci puoi spiegare questa operazione delle major?

“Stiamo parlando di repertori editoriali. La tutela su di essi è nel tempo, sopravvive agli autori, alla loro morte, per settant’anni. Innanzitutto Bob Dylan e Neil Young sono viventi, Tom Petty è mancato da poco, nel 2017, però c’è molto tempo per ammortizzare e continuare a marginalizzare su questi repertori. È la chiave di volta delle edizioni musicali. Il lavoro dell’editore è basato su tempi mediamente lunghi, anche quando tu hai il successo dell’estate non saprai se quel successo sarà di una sola stagione o si perpetuerà.

Con brani degli anni Sessanta di Edoardo Vianello come ‘Con le pinne, il fucile e gli occhiali‘, ‘I watussi‘, ‘Guarda come dondolo‘, siamo andati avanti decenni e lui è ancora vivo. Tutte le volte che quella composizione musicale viene usata, l’editore, gli autori, hanno la possibilità, il diritto, di marginalizzare sulle utilizzazioni. Immaginate allora repertori di quel profilo internazionale, con quella penetrazione nel mondo della musica e non solo a livello globale”.

Ma è soltanto una ‘moda’?

“Non solo le major note come Universal, Sony e Warner, ma anche i grandi fondi di investimento si stanno interessando alla musica. Grazie al consolidamento del digitale, si è finalmente riusciti a stabilizzare la possibilità di marginalizzare mediante le piattaforme e non a caso tutte le trimestrali delle grandi aziende e i dati di mercato indicano una crescita a doppia cifra”.

E da dove nasce questa esigenza?

“Succede che un artista come Bob Dylan o Neil Young pensi ragionevolmente: ‘lascerò ai miei eredi un patrimonio che potrebbe diventare oggetto di disastri’. Perché se non sei un tecnico, la gestione di quel capitale si trasforma essenzialmente in un problema. L’esperienza di Tom Petty, scomparso nel 2017, è stata emblematica: il catalogo ce l’aveva lui e si è creata una lotta intestina tra gli eredi, è successo di tutto.

Neil Young
Neil Young in tutta la sua giovinezza

Vado solo per supposizioni, ma credo che Bob Dylan avrà ragionato sulla questione del lasciare alla famiglia del contante, perché si fa prima a spartirlo. I cataloghi ancorché storici e importanti con radici così profonde negli anni, hanno un enorme valore perché, più dei successi di oggi, hanno dato prova di durevolezza nel tempo”.

Spotify ha rivoluzionato il mercato anche nelle tempistiche. Una volta l’artista poteva permettersi di fare uscire un album ogni due anni. Ma tutto questo attuale dinamismo non rischia di far diventare le hit di oggi, qualcosa di poco conosciuto domani?

“Il mercato che stiamo vivendo con Spotify e questa sorta di bulimia di un singolo dietro l’altro, degli artisti che si rincorrono nel cercare di restare sempre nelle indicizzazioni, è paragonabile, con le dovute proporzioni, a quello che era il mercato degli anni Sessanta, governato principalmente dai 45 giri. In quegli anni si vendevano in delle quantità inimmaginabili, milioni e milioni di singoli.

Il mercato era talmente ricettivo per quel supporto, per quella dinamica di produzione, che ‘In ginocchio da te‘, sì, era cantato da Gianni Morandi, tutti volevano la sua versione, ma c’erano una quantità di piccole etichette, che la facevano interpretare da artisti che potevano più o meno assomigliare a Morandi. E riuscivano a vendere 100-150mila copie, semplicemente perché la canzone funzionava!”.

Ma davvero bisogna accontentare la ‘fame dell’algoritmo’, che spinge a dover restare nelle celeberrime sei settimane tra un’uscita discografica e un’altra, per rimanere indicizzati su Spotify?

“Il dinamismo degli anni Sessanta, con il boom della discografia, con 45 giri che uscivano a raffica è in qualche modo equiparabile a quella grande attività che vediamo su Spotify. Perché Spotify non ti permette di riuscire a comunicare in maniera propria la pubblicazione di un album. È principalmente una sorta di jukebox multimediale, digitale, a disposizione di tutti.

Una volta i 45 giri uscivano a tambur battente e un artista poteva averne in classifica perfino due o tre. È quello che succede oggi, dove si è governati dall’algoritmo, ma principalmente perché quando si esce con un singolo, non avendo un album da far scoprire al pubblico, si è costretti dopo 6 settimane a buttarne fuori un altro”.

In passato, un paio di singoli servivano anche quale test di mercato, per dare seguito all’album?

“Si vendeva poi il disco e chi lo comprava si prendeva il tempo di scoprirlo, metabolizzarlo e farlo suo. Con Spotify non hai questo spazio, non possiedi questa tranquillità”.

È molto meno romantico come processo?

“Certamente. Ed è soprattutto molto frenetico. Ciononostante e fortunatamente ci sono grandi artisti che, comunque, ‘sfidano’ le tecnologie e vanno oltre gli album, pubblicando dei concept album. Un esempio è Caparezza, che ha fatto uscire un concept, che è tutto fuorché un prodotto da Spotify”.

Su ‘Fuori dal tunnel’ nessuno avrebbe scommesso e invece aveva ragione lui. Scomodamente, si potrebbe asserire che questo ultimo disco giunge in un momento in cui può permetterselo?

“A lui, per questo suo lavoro, ‘Exuvia‘, posso solo dire soltanto ‘chapeau’. È un artista rap, se vogliamo dargli una connotazione che è molto limitativa, assolutamente contemporaneo, che pubblica un qualcosa che è assolutamente elevato rispetto a quelle che sono l’abitudine e la consuetudine di questi tempi”.

exuvia caparezza
Exuvia nella copertina per il doppio vinile

In linea col suo personaggio?

“Sicuramente sì. E ti dimostra che poi, alla fine, vale sempre tutto, se hai qualcosa di intelligente da raccontare. Non ti puoi necessariamente uniformare a delle regole e a delle dinamiche standard, se il tuo progetto, il tuo linguaggio, il tuo voler rappresentare quell’immagine attraverso quelle canzoni con un percorso così articolato, presuppone un album. Nella musica c’è spazio per tutto e per tutti, ma è chiaro che se sei Mirkoilcane, la potenza di far conoscere il tuo album per mezzo di Spotify non riesci ad averla, perché non riesci ad attecchire”.

Se un tempo serviva l’editore per stampare ricevendo garanzie dalla sua autorevolezza, adesso posso andare su Tunecore e tanti saluti alla distribuzione. È un concetto libertario positivo?

“Benissimo, però devi tenere presente anche un altro aspetto e cioè che, difficilmente, successi importanti sono stati ottenuti attraverso l’autorevolezza di una casa discografica o di un editore. Nel senso che poi, indipendentemente dalla forza propulsiva che un produttore o un editore ci può mettere, deve esserci quella qualità che ti porta ad essere premiato dal mercato.

Deve possedere caratteristiche di innovazione, di linguaggio, di contenuto, che ti mettono nelle condizioni di poter offrire al mercato un prodotto. Perché poi puoi essere anche pubblicato da Universal, Sony o Warner, ma se ciò che racconti non desta l’attenzione del pubblico, è finita”.

Viviamo in un mondo nel quale non è il prodotto a stare sul piedistallo, ma il suo venditore. Mi riferisco alla teoria dell’influencing. Questo dinamismo non rischia di fare rimanere l’esecutore e far passare l’opera?

“Dipende, nel breve tempo sì, nel lungo termine, sarà sempre no. Se devo farti credere di essere qualcuno che non sono, riesco per qualche settimana, un paio di mesi, ma poi alla fine mi tani e se mi tani nel medio termine, sono morto. Quindi, gli influencer possono gonfiare un personaggio, un successo, ma poi alla fine di che parliamo? Tutto si spegne. Se invece sei potente perché hai degli argomenti, delle storie da raccontare, hai carisma e personalità, puoi anche esprimere storie che non siano tue, perché diventi più forte di ciò che racconti.

Laura Pausini è un’artista infinita, che ha reso poderoso il repertorio che ha cantato. Fiorella Mannoia è un’artista che, quando interpreta una canzone, le dà quella marcia in più che, senza di lei, non avrebbe. Quindi stiamo parlando di persone che riescono ad impossessarsi del proprio successo e lo gestiscono. E se ce l’hai, qualunque esso sia, quel talento, quella forza, quella padronanza, quell’autorevolezza, quella personalità, hai vinto. Se non ce l’hai e te la deve inventare qualcuno di volta in volta, finché ti va bene, bene, poi però… ‘peccato‘”.

laura pausini grammy awards
Laura Pausini ai Grammy Awards

Hai descritto la loro arte nella stessa maniera in cui si potrebbe descrivere la penna di un autore. Autori diversi, descriverebbero in maniera diversa la stessa scena?

Sono radicalmente convinto che non esista una sola verità, ma tanti punti di vista, più o meno credibili e verosimili. La verità non esiste, anche il buio della notte non è assoluto, perché se mi porto una lampadina muta la visione e dunque esclude l’oscurità. Stiamo comunque parlando di artisti che riescono a reinventarsi, a confermarsi, modificando la propria tradizionalità, cioè mantengono quella linea comune, quella riconoscibilità, però offrendola sempre con una declinazione diversa.

Sembra quasi un ossimoro: tu senti una canzone e dici subito ‘questa è Fiorella Mannoia‘ e lo stesso capita per Ligabue, Vasco Rossi, Laura Pausini e altri, pur cambiando in quello che propongono, perché ci mettono sempre la loro cifra artistica caratteristica”.

Programmi come i talent show ci hanno mostrato che spesso è il pubblico e le sue reaction online a ‘imporre’ la scelta successiva del giudice, nel bene o nel male. Davanti ad un’ovazione di diecimila persone per la voce di un qualsiasi sconosciuto, chi non elogerebbe il suo talento?

I talent sono asserviti, ma lo dico dando nobiltà a questo termine, anche a una necessità di audience. È un po’ un gioco delle parti. Se un giudice vuole rendersi simpatico, è accondiscendente verso il pubblico, altrimenti, ci va contro. Questo succedeva al Colosseo nell’antichità, quindi stiamo solo ripercorrendo degli elementi che fanno parte della storia. È il pubblico che decide, non il giudice.

Può andare controcorrente ed insistere per promuovere il talento di un artista perché lo conosce e il pubblico non ne ha avuto ancora l’opportunità. Il giudice insiste perché vuole che la gente approfondisca e possa arrivarci. Come fece Gianni Ravera con Zucchero e Vasco Rossi. Quello è però un meccanismo diverso, televisivo, lì c’è l’arena del pubblico che vuole la morte del gladiatore o che possa sopravvivere. È tutto legato a quello, c’è poco di vero. È tutto condizionato da una serie di elementi esterni”.

Quindi mi stai dicendo che una major non guarda il numero di follower che ha un artista, nel momento in cui le sottopongono un brano?

“Questo no, perché una major cerca assolutamente di assecondare il gradimento del pubblico e quando vede che un artista comincia a guadagnare follower e consenso sul web, allora drizza le orecchie. Però è differente. Il giudice è un elemento diverso dalla casa discografica, che acquisisce un artista per cominciare a lavorarci insieme. Il giudice è una sorta di meccanismo televisivo e deve cercare di creare scontento, malcontento, piuttosto che felicità nel pubblico, oppure accondiscendenza, a seconda di come reagisce.

È assoggettato a tutta una serie di dinamiche prevalentemente televisive, la major no. La major deve effettuare un investimento e un’attività imprenditoriale su un artista, su un repertorio, su una carriera”.

La casa discografica fa solo interessi da music business?

“Esattamente. Poi abbiamo visto artisti usciti dai talent, acclamati come delle grandi star, che poi alla prova del mercato si sono un sgonfiati, anche magari vincendo dei Festival di Sanremo. Se una major inizia ad intravedere un consenso che cresce attorno ad un artista attraverso i social, è chiaro che punti le sue attenzioni verso di lui. Però è una cosa diversa rispetto all’artista che, all’interno del talent, raccoglie consenso da parte del pubblico, soprattutto in studio. Questo non significa che poi lo abbia sul mercato, bisogna vedere cosa vada successivamente a raccontare”.

Ti faccio una proposta commerciale, da editore: avere 2 punti su 24 di ‘Una rotonda sul mare’ o 2 punti su 24 di ‘Baby Shark’?

Cercherei di far sì di avere 1 punto di una e 1 punto dell’altra. È come al casinò giocare alla roulette il numero fisso oppure un cavallo o una sestina. È meglio il 10% di un successo che il 100% di un insuccesso, è fin troppo palese. Il discorso è che è preferibile avere il 10% di 10 successi o anche potenziali tali, che il 100% per cento di un successo solo. Un editore vive per le sue caratteristiche di parcellizzazione del proprio asset, dunque il suo segreto è avere poche quote su tanti brani, piuttosto che tante quote su pochi brani. Per questo un editore tenta di avere un punto di edizione su mille, diecimila, un milione di canzoni”.

baby shark
Artwork di una delle tanntissime versioni del brano Baby Shark

È la cosiddetta ‘teoria del catalogo’?

“Quella della diversificazione. È la teoria dell’allargare orizzontalmente il proprio repertorio, poiché l’editore deve poter giocare su più tavoli possibili. Deve poter giostrare tra successi discografici, cinematografici, televisivi, su musica da ballo, dance e il cantautore. Perché i generi si alternano. Per questo non puoi essere monotematico”.

E ogni genere è una possibile fonte di guadagno?

“Essere monotematici sarebbe una grande limitazione. Immaginate in questi due anni di pandemia chi ad esempio ha puntato tutto il suo repertorio, anche per tradizione di attività, sulla musica liscio. Due anni di totale stasi. Se invece tu hai la fortuna di avere 10 brani di cantautori, 10 di musica liscio, 10 di colonne sonore, 10 di musica dance, nell’arco di un periodo medio ampio, se non è da destra è da sinistra, riesci a portare a casa la tua marginalità.

Non diversificare ti può bloccare il ciclo produttivo. Diversificare, per chi fa questo lavoro, è una immensa opportunità e un considerevole impegno, perché giocare tu tutti i tavoli vuol dire avere grandi possibilità, grandi strutture e grandi risorse. E non è facile”.

Noi di Nk Studio siamo tranquilli perché abbiamo un bell’auto-tune. Quindi tutto risolto?

“Allora posso venire anch’io!”.

Con un largo sorriso e un affettuoso arrivederci, ci salutiamo. Puoi farlo tranquillamente Roberto, ti aspettiamo!

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